
Ogni anno a settembre tendo a sovraccaricarmi di lavoro, e puntualmente a metà percorso la situazione degenera. Iniziamo con un laboratorio al mattino con la classe più problematica del pianeta, poi un paio al pomeriggio: tanto loro sono un po’ più grandi saranno gestibili. Ed ecco che in un attimo mi ritrovo a chiedermi cos’abbia fatto di così grave nella mia vita precedente per meritarmi una simile punizione.
Ma dato che quello che voglio fare è insegnare agli adulti, perché non aggiungerci anche un corso di specializzazione dove il futuro lavorativo di questi individui dipende dalla sottoscritta, che dovrà fargli sostenere un esame che entrerà nei loro curriculum e validerà le loro competenze anche anche nel multiverso.
Ma ricordiamoci che in tutto questo ci sono pure i nanetti del nido che continuano a condividere microbi, tutto sommato quest’anno abbiamo avuto la febbre a 40 solo un paio di volte. Non mi sento di affermare di aver scampato il vaiolo perché siamo solo a marzo.
Per chi non fosse un mio accanito lettore sottolineerei la situazione carcere che continua a regalare emozioni. Ho lasciato il braccio dei trans a Ivrea: da capire poi come sia stato possibile che dicendo basta Ivrea, mi sia ritrovata a passare più tempo lì che a casa. Ebbene signori ho finalmente capito che tra i propositi del nuovo anno c’è quello di imparare a dire NO.
Ma prosegue con grande entusiasmo il mio percorso nel carcere di Torino. Zia Paola un mese fa mi ha chiesto di restaurare un vecchio murales in uno degli ingressi, e già che c’ero perché non ritoccare anche quello della biblioteca. Premettendo che non avevo ancora stabilito il mio buon proposito dei NO, Zia Paola ha una pena di 30 anni, un peso specifico importante e gira con lo smanicato a dicembre: il mio proposito con la zia non ha valenza.
Consapevole del periodo impegnativo, la mia dottoressa mi ha contattata per avere notizie sul procedere delle psicosi, chiedendomi se non fosse il caso di riprendere le terapie farmacologiche. Non perché mi abbia particolarmente a cuore, ma insegno a suo figlio, e questo fa sì che tenga in modo particolare alla mia salute mentale.
Potrebbe sembrare che io mi stia esclusivamente lamentando ed effettivamente è così. Ma questo è il mio blog e decido io. E sapete dove altro posso decidere? In classe.
Recentemente la mia soddisfazione più grande è stata spiegare come funziona l’insegnamento della storia dell’arte. Dovete infatti sapere che in Accademia ogni insegnante predilige un periodo o un artista in particolare, e alla fine del percorso ci si ritrova ad essere estremamente preparati solo su alcuni di questi punti, poi il vuoto assoluto. Così in autonomia si deve provvedere a recuperare il Gombrich scoprendo che tra il Rinascimento e l’impressionismo ci sono un altro paio di situazioni che sarebbe utile sapere.
Dunque ho concluso dichiarando che sulla base di questo, loro in quanto miei alunni avrebbero conosciuto esclusivamente la storia dell’arte prediletta da me.
Ma andiamo sul melodrammatico! Vi prego fatemi fare anche questa parte che mi viene bene. Mi piacerebbe iniziare dicendo di aver versato tutte le mie lacrime ma so benissimo che non è così. Vorrei concludere con qualcosa di profondo, con qualche insegnamento importante in modo che ogni lettore giunto a questo punto possa ritrovarsi anche solo in una piccola parte di tale sproloquio.
Ma mi limiterò a dire che: mi sono tagliata tutti i capelli; non riesco a dipingere; la notte scorsa ho sognato di cadere in un burrone ma considerando i sogni precedenti mi è sembrato quasi piacevole. Le detenute mi hanno istruita e adesso so riconoscere i farmaci anticraving per forma e colore.
